Mi ha fatto ritrovare respiro d’altri tempi; singolari presenze in nutrita schiera di speranze e di sparute conquiste meritate solo in esilio, dopo l‘esproprio territoriale. Mi ha consentito, come deve essere se l‘attenzione che propone un seme dì valutazione non pregiudizievole, bensì lucida e responsabile, può spaziare lungo i sentieri dell’avventura dì una vita d’arte, dì riflettere su forti esperienze nostre, campane, che si configuravano germi d’idee avanzate, comunque positive e subirono l‘ostracismo in patria. Sono pertanto grato a Domenico Rea, presente da oltre mezzo secolo sul[a scena espositiva, non solo italiana, per avermi offerto l‘opportunità dì ripercorrere, dalle primissime prove, m i suoi sentieri creativi e, intanto, dì ritrovare generazioni d’artisti; perdute alla memoria secondo le intemperanze del secolo breve che, alla svolta epocale del nuovo millennio, è distante dalle più recenti proiezioni estetiche affannosamente sguinzagliate a progettare umanità globalizzata. . Meglio intendo le ragioni dì questo artista vesuviano, perché ci accomunano esperienze generazionali sulle quali, alla giusta distanza valutativa, mi son concesso il dono, l‘impegno è un regalo felicemente appagante, dell’interpretazione senza condizionamenti che esige intellettualità ed eticità. Coinvolti ancora bambini nei disastri bellici; superstiti dopo aver vissuto esperienze paradossali e inenarrabili, dì molte delle quali ‘Bertolt Brecht chiede perdono a coloro che verranno, ci trovammo tra Scilla e Cariddi; disorientati dai nostri insegnanti; a loro volta disadattati; perché la loro predice era totalmente mutata, almeno nella nuova formula, anch’essa, come la precedente, d’imposizione. Ci coinvolse la volontà ricostruttiva; l’istinto dì conservazione prevalse in quelli dì noi che esigevano una civiltà non autoritaria né gerarchica; altri s’infervorarono nelle logiche imperiose delle opposte barricate e le arti non si salvarono dalla critica di parte. Insomma c’era la cultura dell’aut aut, dei fideismi pregiudiziali, che tacitavano il buonsenso e la massificazione vinceva le convinzioni personali.

In sintesi quel terrorismo culturale che esigeva la mono direzione, con le sue istanze autoritarie rese la vita difficile ad artisti dì forte sentire e dì avvertito, dico nobile, mestiere. La dura formazione a bottega, venne sostituita dall’allegria imitativa che consacrò i nuovi capofila nei nuovi osanna imposti dalle voci altisonanti dì chi; nella volontà ferrea dì cancellare il passato, negò valore alla nostra magnifica architettura e al genio, tanto per citare qualcuno, dì Sironi o Pirandello, nel cognome includo padre e figlio. In conclusione non ci fu innovazione; i modelli vennero dall’estero e, mentre si celebrava la libertà nella terra della consacrazione della figurazione. baluardo dell’Accademia moscovita, la pratica artistica sceglieva modelli proliferati in America Imperialista e liberticida.

Non me la sentì di dare un colpo al cerchio e un altro alla botte: amo la ricerca personale, che ferivi però da un mestiere acquisito con competenza e superamento del maestro. Il preambolo me lo ha imposto Domenico Rea che ha sottoposto alla mia attenzione una formidabile selezione delle sue opere, a partire dai primi anni cinquanta, così come erano state realizzate in successione, corredando inoltre il suo curriculum con le foto dei suoi compagni di strada e di ideali, tanti a me molto cari, ribelli bravi, ben individuati da critici che non si lasciavano manovrare dal professionismo politico, veri nemici d’ogni dittatura, che non avevano barattato il nero con il rosso e amavano 1a luce solare con tutti i colori del suo spettro. Mi riferisco a quei critici napoletani onesti, morti in povertà e solitudine, pronti a sostenere anche un barlume di creatività, fidando nel miracolo che spesso avveniva. Durarono finché li sorressero le forze e 1a comunicazione di cui erano responsabili; portarono a costo di enormi sacrifici, molti campani all’estero e sostennero interscambi culturali assolutamente non mercificati. Domenico Rea nei suoi segni, nei suoi colori, nella testimonianza d’esserci stato, con, per, e tra gli altri, mi ha fatto rivivere pagine che non mi appartenevano del tutto, e che nel tempo ho valutato come meritavano. Rea era tra artisti di buon mestiere, sensibili, usi ad apprendere le valenze del segno e del campo, del colore da animare con l‘impeto della fantasia. Il giovanissimo Rea non si allontana mai dalle sue costanti di fondo; il suo spazio cromosegnico è aperto alle dimensioni naturali in cui gli indizi psicologici aprono all’astrazione le dialettiche formali: domina la scena il senso dell’evento, del mutamento incalzante. L’intensità emozionale fonde in coacervo le realtà coinvolte per cui un molo, le case, il mare vivono nel dominio del sole acceso nel tramonto e i riverberi fanno vita a spazi pittorici siglati dalla percezione intensa dell’astrazione, specie dove palpita la materia aggrumata. La passione per la resa paesistica, l‘indagine nella materia, il sogno di natura diventano pretesti per mescolare sentimenti, ragioni della ragione, accadimenti, momenti auto biografici, interrogativi sui transiti culturali di una società di difficile realizzazione per cui coniugando ispirazione e giudizio, scruta per circa un ventennio gli scompensi di un mondo in metamorfosi Inconsciamente le sue case già temevano & cementificazione; i suoi paesaggi nell’estatica solarità presagivano l’inquinamento, le sue nature morte, vaporanti d’atmosfere viola, dicevano la definitiva scomparsa della scena dell’uso quotidiano degli strumenti cari al buon tempo antico e ai ricordi non ancora perduti. Tra le tantissime intuizioni visive che fanno storia di un’ora intensamente vissuta in Calabria, nel Cilento, a Palinuro, ci sono delle intravisioni ricche di impulsi interiori, in cui si recuperano le vibrazioni delle immagini nell’aria. Le ombre che s’addensano calano e le luci nebulizzate diventano metafore di pensieri silenti di fronte al mistero. Molte di queste opere potrei senza indugio attribuirle, per le valenze metaforiche, alla realtà del fantastico. Ritroviamo la loro animalità primo genia, la loro più antica sostanza mobile, gli scoli che si animano imitando onde e spume che li spronano incessantemente al moto. Galleggiano come isole nella loro ritrovata mobilità dipinta. Il discorso pittorico è reso eloquente alla giusta misura dai materiali e dai supporti utilizzati. Olii, tempere, cere, matite grasse, pennarelli valgono a conferire alle tematiche cui si è fatto cenno e alle progettazioni modulari, che meritano maggiore approfondimento, la perfetta dose d’equilibrio e poesia che vitalizzano suggestioni stimolatrici dì visioni. L’opera d’arte ha questa prerogativa: si sottrae agli eccessi; al superfluo, alle inclemenze della cronaca, alla realtà che nulla ha a che vedere con il vero, unico e solo, cui ogni essere umano presta il suo volto. La verità è l‘uomo che ci è dì fronte: la pittura di Domenico Rea subì un vero e proprio colpo dì timone, come richiedeva la svolta epocale dei nostri anni del disamore, degli anni dì piombo del terrorismo e delle stragi esasperate.

Le soluzioni modulari furono senza dubbio ispirate dalla necessità di ritrovare i lumi della ragione, il cui sonno stava generando mostri orrendi più di quelli del Goya.

Il fruitore dei progetti modulari del nostro artista li apprezza per gli equilibri spaziali e per il monito che sempre inconsciamente sottintendono. Dicono il nuovo che si prospetta nel suo rigore di facciata, annunciano la festa che si esaurisce nel decoro, bello a vedersi; duraturo e lucido, ma lontano dallo strazio dell’umana carne, dei crocifissi quotidiani; di cui novelli e intramontabili Pilati si smemorano lavandosi le mani. E’ lecito supporlo: l’incompiuto politico impose all’artista una decisa svolta contenutistica, sempre con, per e tra gli altri avrebbe fatto arte aderendo con più intensa passione al sociale. Avrebbe coniugato arte e sociale per dire la fatica di vivere, la sete di giustizia, la perdita dei valori, gli effetti della violenza che chiama violenza irrimediabilmente. Ecco la genesi della pittura che per un buon quarantennio Domenico Rea propone dall’esperienza diretta e dalla rievocazione. Potremmo dire senza tema d’essere smentiti che il suo osservatorio si estende a tutto tondo, chiarendo chi siamo, o meglio a che siamo ridotti traendo gli equilibri di natura, quelli civili, il senso dell’uomo che edifica umanità, le virtù laiche che verificano la pratica della sapienza esercizio della giustizia, della fortezza, che nega la violenza ed esige il rispetto della vita e dei valori che la santificano, e finalmente della temperanza. Questa nemica d’ogni prevaricazione lascia che ogni umano pensiero, soprattutto religioso, si proponga come ricerca di realizzazione personale.

Rea non è tenero con i giudici consacrati al loro potere incontrastato che si avvalgono di ciechi esecutori d’ordini. Dipinge carcerati e sequestrati; rapiti d’ogni luogo dove trionfa il dominio chiuso al dialogo. Nella sua storia di vincitori e vinti troviamo gli eroi che cadono per un ideale e gli sventurati che comprano un sogno e muoiono per overdose, i custodi della legge civile che cadono sotto i colpi della lupara, i terroristi persuasi dalla rivoluzione cruenta. Si tratta di una poesia penetrante che fa pensare, che esige chiarezza, che trova persuasori occulti accanto agli sterminatori di vittime innocenti. Determinati a oltranza i brigatisti e i fanatici d’ogni religione scontano il loro impegno con la stessa morte alle loro vittime innocenti: sono quelle a cadere per prime. a quanto interpreta il caso Moro ritrova la vittima sacrificale che la storia degli uomini esige nell’alternarsi delle parti l‘una contro l’altra scienza universale dell’esserci al mondo, toccando corde poetiche, letterarie, storiche, sociopolitiche come farebbe una guida intellettuale che prima abbia verificato in se stesso la portata di quanto viene proponendo.

La sua pittura gentile, sincera, coraggiosa, fertile nella buona dose dell’immaginazione propone speranza. Sono certamente tra le sue opere significative quelle che invitano a ricordare per superne di più, ad avere coraggio contro il radicato “nonsipuotismo“ del dopo terremoto, affrontato in arte da Rea con civica consapevolezza che gli uomini e i civesciviles non meritano né incuria amministrativa, né rigurgiti dì tangentopoli ed effetti devastanti che avviano al precipizio terre d’antichi fasti. Leggendo quanto scrive Guido D’Agostino, meglio s’intende l‘opera dedicata da Domenico Rea a quegli eventi sciagurati.

Siamo dì fronte al lavoro d’una vita tutta dedicata all’arte. Ammiriamo una rassegna come raccolto dì una lontana semina, è necessario rendersi conto delle istanze dì una generazione che non ha mai smesso di coniugare valori etici ed estetici, proponendo sentire non massificato e mettendo la propria arte al servizio della società. In quest’ottica meriterebbe d’esser letta molta produzione dì Rea dedicata al nostro tempo in cui proliferano i frammenti. Dagli antichi collage agli attuali coloratissimi frammenti; attrattivi per l’occhio che cerca mistero nel cuore di una rinfusa dì ritagli organici a una ben individuata geometria o a un’idea d’ordine, che li inquadra e contiene, il passaggio risponde sempre a una condizione sociale e mentale. Nel nostro tempo dell’incertezza delle variazioni geopolitiche, della globalizzazione variopinta, queste opere che sanno di realtà del fantastico, ludiche nel piacere compositivo, si configurano validissime per parlare della tragedia degli animali in estinzione, dei clown dell’ultima spiaggia, dei puzzle delle incombenti recessioni, del Consumismo inesorabilmente consumato, almeno peri poveri sempre più poveri. Domenico Rea mi ha consentito di riflettere sul destino di una generazione dì artisti che meriterebbe dì essere ritrovata: la storia che si diverte in altalena forse renderà giustizia a tanti ignoti eroi scomparsi dalla scena espositiva. Intanto i più tenaci; quelli che hanno dato forti testimonianze come docenti e come uomini quotidiani; meritano la giusta attenzione. Le loro opere vanno lette, approfondite: impegnano al dialogo e comunicano vigorosamente, basta non essere fruitori indaffarati e distratti, basta capire, ed è già partecipare.

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