L’etnostoria prende atto di quanto gli studi folklorici riconoscono transitato, nel presente, dalla storia della civiltà popolare, con tutti gli usi, i costumi, il lavoro, le feste, le cerimonie religiose, il culto dei santi, i miti e i riti che, da lontane terre, sono pervenuti nei nostri Luoghi di forte significazione e intanto celebrati nel mondo per i loro incomparabili Beni naturali e
culturali.

Il Museo Etnostorico delle Genti Campane, fortemente voluto e istituito a Somma Vesuviana, si motiva per la presenza della Montagna di fuoco, che viene invocata “fredda”, per la sicurezza di chi vive alla sua ombra. I sommesi e i vesuviani, tutti, hanno appreso dagli avi a convivere con il primordio ed a giovarsi dei prodotti incomparabili che derivano dalla sapiente
coltivazione dei terreni lavici.
Il Vesuvio ha generato Napoli, ’o paese d’’o sole; il nome della città, secondo il prof. Gallo, deriva dall’illirico Na, sole, e polis, città. Tutto ciò che quella città ha vissuto, accogliendo popoli di altre terre, subendo invasioni, attivando scambi commerciali, è confluito in alto, dove la somma cima del Vesuvio ha ospitato tutto quello che veniva mutando o cercava riparo dall’incalzare degli eventi napoletani. Si spiegano così i culti delle Madonne nere, transitate nella nostra religione dai culti di Iside e di Cibele e tutti quei riferimenti che riconosciamo giunti a noi dalla dea madre, Demetra,e da Cerere che custodisce le messi.La civiltà contadina vesuviana ha conosciuto tutti i culti delle divinità che tutelavano la fertilità dei campi ed ha amalgamato, accogliendoli, molti arricchimenti del suo sostrato. Molti ne ha assorbito per la loro funzionalità al lavoro e al benessere, nel senso migliore dell’adstrato, subendone invece altri, imposti dal superstrato, voluti quindi dalle varie dominazioni che si sono succedute nel corso dei secoli. Un patrimonio così vasto risulta ancora oggi sorprendentemente vivo, perché tramandato nel corso delle generazioni. Questa ricchezza trova vari e motivati riscontri nel Museo, adiacente alla chiesa di Santa Maria a Castello, la Mamma schiavona, così aggettivata, perché, un tempo, era nera come quella del Carmine a Napoli, quella dell’Arco a Sant’Anastasia e quella di Montevergine, tutte di chiara derivazione dai culti di Iside e di Cibele.

Il Museo propone testimonianze di civiltà non solo locali e campane: le sue acquisizioni si estendono all’internazionalità, per comprendere comparazioni e derivazioni da una medesima forma originaria, chiarita nel corso dei secoli. Il motto di chi sovrintende alle attività museali si essenzializza nel distinguere la cultura come spazio che comunica e la tradizione come aria che si respira. Le sezioni in cui si articola il nostro Museo sono quattro: sacralità e devozione popolare, ritualità e musica etnico-popolare, cultura materiale e arte, le maschere e i volti. Questi ultimi sono quelli documentati nelle festività popolari in cui si sono alternati maestri del canto a fronna e a figliola e incomparabili protagonisti del balloritmato al suono delle tammorre, dei flauti, dei putipú, arricchiti in tempi più recenti dalle musicali estensioni della fisarmonica. Tutti questi strumenti sono esposti nelle nostre sale insieme con altri, a fiato e a percussione, di diverse nazioni. Tutte le testimonianze storiche delle realtà regionali attestano come il progresso si sia evoluto, in progressione geometrica, in breve volgere d’anni. Tanto per dire, è ancora di memoria recente lo scaldino per il letto, ’o scarfalietto, presente nelle case di tutti, insieme con le pentole di rame, le damigiane di vetro soffiato a pieni e robusti polmoni, i preziosi frutti della civiltà dei ricami, del lavoro artigiano e della fatica mortificante, estesa dall’albeggiare al tramonto, e pretesa come dovere, troppo spesso servile. Le feste, i canti, i balli erano l’altra faccia delle cerimonialità religiose, tutte da santificare nel rispetto e nella venerazione del sacro. Scoppiava poi l’euforia irrefrenabile, che, esaltata dal vino, eccitava la profanità anche al limite dello scontro violento. Tornavano gli antichi fescennini e le più acuminate frecciate toccavano ai vessatori e ai padroni prepotenti. Se la stagione faceva corta la giornata, il proprietario terriero sospirava, perché non poteva sfruttare più intensamente i suoi sottomessi. Un canto popolare accennava a questa vita bruta e se :”E’ fatta notte e lu patrone suspira:/ dice ch’è fatta corta la jurnata”, il contadino ironicamente invitava il suo despota a non soffrire. Prometteva di lavorare di più l’indomani, per recuperare. L’annessa biblioteca e tutti gli altri servizi di fototeca e apporti documentari, di cui si parla in altra parte della presente pubblicazione, consentono di chiarire il senso
dei riti di purificazione e de La pertica, che simboleggia l’offerta di un consistente ramo, liberato dalla scorza e dalle fronde, lasciando però piccole sporgenze legnose per appendervi doni di natura o oggetti più importanti da offrire in segno di rispetto e promessa d’amore. Con particolare attenzione ai paesaggi culturali, il nostro Museo assolve soprattutto una funzione di accoglienza e preparazione a coniugare l’ambiente fisico con quello storico e culturale del territorio. Lo fa da una posizione strategica e offre un contributo ad intendere il senso della città come civitas,impegnata alla formazione del cittadino. A tal proposito è importante ricordare le parole di Lewis Mumford: “Funzione della città è quella di trasformare il potere in forma, l’energia in cultura, la materia morta in simboli viventi dell’arte, la produzione biologica in creatività sociale”. Questa formidabile lezione di civiltà ribadisce il bisogno di tutelare il proprio territorio, di valorizzarne gli elementi connotativi, di proporre lo spazio fisico come museo all’aperto, grazie alle opere d’arte che assolvono anche una funzione didattica. In un clima in cui interagiscono concretamente le energie a sostegno del benessere civico, vengono date, tra l’altro, adeguate risposte alle tensioni abitative. Per quanto concerne la sicurezza, diventa necessario ridurre al minimo gli elementi dell’imprevedibilità: si procede verso il possibile. Per quanto riguarda l’ordine è evidente che la tutela delle relazioni sociali deve essere rispettata agevolandole negli interscambi. La libertà, invece, deve essere intesa nell’accettazione e nella pratica delle regole necessarie alla convivenza. Il senso della proprietà comune merita di essere rispettato nella tutela di quello che appartiene alla storia antica e presente della città stessa. Il senso di appartenenza sostanzia inoltre l’attaccamento alla propria terra e all’impegno nel progettare la tutela dei beni irrinunciabili per il tempo della continuità. Infine, per chi onora la tradizione e ne interpreta compiutamente i valori, è essenziale il rispetto dell’uguaglianza: a tutti i cittadini, per i giusti meriti, devono essere concesse le stesse possibilità di realizzazione.

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