«Credere in ciò che fu significa credere in ciò che si è».

Potrebbe essere questo il sottotitolo del convegno “Omaggio a Giuseppe Pitrè” nel centenario del Museo etnografico siciliano e della nascita della Cattedra di Demopsicologia, prima esperienza in assoluto nel settore del folklore, perché è attorno a questa ferma convinzione che si è sviluppata l’attività di Giuseppe Pitrè,e con luie dopo di lui, quella di Giuseppe Cocchiara e Raffaele Pettazzoni. Al loro instancabile e certosino lavoro di ricerca e conservazione di quell’inestimabile patrimonio immateriale che costituisce la nostra storia, è dedicato questo convegno. Nei giorni della celebrazione del Festino, tra le più importantie sentite feste popolari siciliane, allo Steri si torna, dunque, a parlare d’identità regionale, nel senso più nobile del termine. Festino che proprio Pitrè, nel 1896 quando era consigliere comunale, s’impegnò a rivitalizzare, contribuendo a far ripristinare gli originali cinque giorni di festeggiamenti ed invitando la popolazione ad esserne parte attiva, ad esempio, attraverso l’illuminazione dei balconi, perché la festa fosse davvero un momento coagulante delle molteplici anime della città.

Il Museo etnografico nacque cento anni fa, in quattro stanze concesse dall’amministrazione comunale nell’edificio scolastico dell’Assunta in via Maqueda, e fu realizzato dallo stesso Pitrè, come racconta Eliana Calandra, direttore del Museo etnografico: «Quello che noi oggi siamo abituati a considerare il museo Pitrè fu fondato nel 1934 da Cocchiara. Ma il nucleo originale fu quello del 1910. Fu quindi proprio Pitrè ad ideare il primo percorso museologico ed oggi ci restano numerose foto del suo fondatore orgogliosamente in posa accanto ad alcuni ex voto.

È attornoa quel nucleo cheè stato, poi, negli anni, costruito un percorso culturale finalizzato alla diffusione del museo invisibile, cioè di quel patrimonio fatto di lettere, appunti, disegni, proverbi che sono di difficile esposizione ma che rappresentano una parte rilevante della memoria storica della cittàe che ci permettono di ricostruire l’atmosfera culturale di un’epoca.

Pitrè lo troviamo davvero ovunque in questa terra. Non dimentichiamoci di quando si presentò allo Steri con una piccozza per riportare alla luce i graffiti. Gli dobbiamo davvero tanto, anche per aver dato dignità di disciplina accademica a quella che, fino a quel momento, era considerata poco più che una passione individuale».

Il museo, come sottolinea Annamaria Amitrano, ordinario di Etnostoria dell’Università di Palermo, fu il «primo tentativo in assoluto di segnalare l’importanza della tradizione materiale siciliana come prova della singolarità e specificità culturale dell’isola nel contesto di un generalizzato recupero di quelle culture regionali che dovevano offrire, con il loro intreccio, un’immagine di un’Italia unitaria nonostante le loro diversità territoriali». La giornata, promossa dal Centro internazionale di etnostoria, in collaborazione con l’assessorato regionale dei Beni culturali e con il Rettorato dell’Università di Palermo, è un’occasione per ricordare il percorso fin qui intrapreso nella difesa dei beni demoetnoantropologici e nella rivalutazione del materiale che costituisce la nostra identità. Strada costellata d’importanti risultati, quali l’istituzione del Registro delle Eredità immateriali per la salvaguardia e la valorizzazione di un millenario patrimonio fatto di canti, musiche, balli, troppo spesso e troppo a lungo ignorati, se non dimenticati, o come quello conseguito con la raccolta, catalogazione e pubblicazione in sessanta volumi, pubblicati dalle Edizioni nazionali, di tutto il lavoro di Giuseppe Pitrè.

«Ventiquattro anni passati a catalogare, analizzare, confrontare – racconta con orgoglio Aurelio Rigoli direttore del Centro internazionale di etnostoria, che ha curato la pubblicazione dei volumi insieme ad Annamaria AmitranoSavarese – Un’avventura iniziata nel 1985, quando, l’allora prefetto Gianfranco Vitocolonna, ci autorizzò a forzare due cassapanche che giacevano dimenticate nel Museo Pitrè. Fu così che trovammo molti inediti, tra i quali, le lezioni all’Università ed i volumi sui viaggiatori. Il mio auspicio è che Pitrè possa davvero divenire un simbolo di questa terra”. La monumentale opera è un’edizione critica, basata, cioè, su un rigido controllo filologico dei manoscritti. Si è lavorato sui carteggi, sulle correzioni apposte dallo stesso Pitrè, sulle annotazioni, sulle idee scartate e poi riprese.

«Quale profitto possa questo patrimonio portare alla storia a venire del nostro popolo, dirà altri, non io, a cui sorride il pensiero o la illusione di avere apprestato materia copiosissima e non spregevole al conoscimento della vita siciliana privata e pubblica, materiale e morale, profana e sacra, con le sue infinite manifestazioni nella gioia e nel dolore, nell’amore e nell’odio, nel culto palese del bene e nella malcelata inclinazione al male, nelle campagne e nella città, sui monti e sul mare, dappertutto». Così scriveva lo stesso Pitrè, indiscusso padre della scienza demologica in Italia, affidando ai posteri l’immensa mole di materiale raccolto in un’intera vita di studi e passione, dedicata totalmente alla storia scritta quotidianamente dalla gente comune. La raccolta è un autentico monumento alle tradizioni popolari siciliane: si va dai canti e musiche popolari, agli usi e costumi, dalle abbanniate dei venditori alle credenze e pregiudizi del popolo siciliano. Dalle pratiche mediche alla demopsicologia. Dagli oltre dodicimila proverbi alle fiabe e leggende siciliane. Di grande interesse, poi, sono i sette volumi contenenti le lezioni tenute da Pitrè all’Università di Palermo, quale professore incaricato. La docenza da titolare, infatti, Pitrè non riuscì ad ottenerla, nonostante l’interessamento di Giovanni Gentile, che provò ad intercedere presso il ministro, e parlando di lui disse come egli avesse saputo trarre l’Isola «dall’ombra della provincia, alla luce universale della storia e della poesia». Tradizione come storia, dunque. Tradizione che è storia, ed alla quale, sempre più, oggi si guarda come elemento essenziale di conoscenza e comprensione.

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